In breve
- La proposta della Lega per la manovra 2027 estende l’uscita a 64 anni anche a chi ha contributi prima del 1996, oggi esclusi. Servono 25 anni di contributi.
- Il prezzo è il ricalcolo di tutta la pensione con il metodo contributivo: secondo le simulazioni della CGIL una perdita permanente tra 183 e 366 euro lordi al mese.
- Chi dopo il ricalcolo non arriva alla soglia di 1.638,72 euro dovrebbe trasformare in rendita una parte del TFR: si pagherebbe l’anticipo con la propria liquidazione.
- Il vero ostacolo non è l’età: con la retribuzione media dei dipendenti privati la soglia non si raggiunge nemmeno con 40 anni di contributi.
- Per una parte di lavoratori quella porta è già aperta oggi, con le stesse condizioni e senza aspettare nessuna riforma: si chiama computo nella Gestione Separata.
- Al momento è una proposta politica: non esiste un testo di legge, e coefficienti, tassazione e regole in caso di morte non sono definiti.
Cosa prevede la proposta
Oggi la pensione anticipata a 64 anni è riservata ai contributivi puri, cioè a chi ha versato il primo contributo dal 1° gennaio 1996 in poi. Chi ha anche una sola settimana precedente rientra nel sistema misto e quella porta non ce l’ha.
La proposta illustrata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, e rilanciata dalla Lega in vista della legge di bilancio 2027, vuole aprire lo stesso canale anche al sistema misto. L’adesione sarebbe volontaria e poggia su tre condizioni.
| Condizione | Cosa comporta |
|---|---|
| 25 anni di contributi | Cinque in più dei 20 richiesti oggi ai contributivi puri per la stessa uscita |
| Ricalcolo integrale | Tutta la pensione, compresa la parte maturata prima del 1996, viene calcolata con il metodo contributivo |
| Soglia di importo | L’assegno deve raggiungere tre volte l’assegno sociale: 1.638,72 euro lordi al mese nel 2026 |
| TFR in rendita | Chi non arriva alla soglia potrebbe trasformare in rendita una quota del TFR accantonato per colmare la differenza |
È una proposta, non una norma
Non esiste ancora un testo normativo. Restano da definire i coefficienti di conversione del TFR in rendita, il trattamento fiscale della rendita, cosa accade in caso di morte del pensionato e quale platea potrebbe accedervi, anche perché non tutto il TFR dei dipendenti privati è depositato presso il Fondo di Tesoreria dell’INPS.
Chi sta pianificando l’uscita nei prossimi due anni deve ragionare sulle regole in vigore oggi, non su questa ipotesi.
Quanto costerebbe: i numeri
L’Osservatorio previdenza della CGIL ha costruito tre profili, tutti con la stessa impostazione: dipendente che arriva a 64 anni con 40 anni di contributi, nove maturati entro il 1995 e 31 dal 1996 in poi. Cambia solo la retribuzione finale. La riduzione applicata è prudenziale, il 10,6%, ponderata su quella composizione di carriera.
| Retribuzione finale | Pensione con il misto | Dopo il ricalcolo | Perdita al mese | Serve il TFR? |
|---|---|---|---|---|
| 35.000 € | 1.726,15 € | 1.543,38 € | –182,77 € | Sì: circa 24.360 € di TFR in rendita |
| 50.000 € | 2.465,93 € | 2.204,84 € | –261,09 € | No |
| 70.000 € | 3.452,31 € | 3.086,77 € | –365,54 € | No |
La perdita è permanente: non si recupera al compimento dei 67 anni, resta per tutta la durata della pensione. Proiettata sulla speranza di vita residua a 64 anni, la CGIL stima una pensione cumulata inferiore di circa 55.000 euro nel primo profilo, 79.000 nel secondo e oltre 110.000 nel terzo. Per le donne, che vivono mediamente più a lungo, la perdita cumulata sarebbe ancora maggiore.
Il secondo taglio, che riguarda solo le pensioni alte
Oggi la pensione anticipata contributiva ha un tetto: fino ai 67 anni non può essere pagata per più di cinque volte il trattamento minimo, cioè 3.059,25 euro al mese nel 2026. L’eccedenza non viene persa, viene solo rinviata: si incassa dal compimento dell’età di vecchiaia.
Se lo stesso tetto valesse anche per il nuovo canale, nel terzo profilo succederebbe questo: dopo il ricalcolo la pensione è di 3.086,77 euro, ma dai 64 ai 67 anni ne verrebbero pagati 3.059,25, cioè 27,52 euro in meno al mese. Dai 67 anni l’importo tornerebbe pieno.
I due tagli non vanno confusi: quello del ricalcolo (–365,54 euro) è definitivo, quello del tetto (–27,52 euro) dura tre anni. Sui primi due profili il tetto non produce alcun effetto, perché quelle pensioni restano sotto i 3.059,25 euro.
Una precisazione che nei titoli si perde: il 10,6% non è una penalizzazione scritta nella proposta. È il risultato di una simulazione su una carriera-tipo. Sulla tua posizione la perdita può essere molto diversa, e dipende da tre cose: quanti anni hai maturato prima del 1996, quanto guadagnavi allora e come è cresciuta la retribuzione dopo. Meno pesa la parte ante 1996, meno morde il ricalcolo.
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Calcola le tue decorrenzeIl vero ostacolo non è l’età, è la soglia
Qui sta il punto che rende la formula “64 anni per tutti” più politica che reale. Con la retribuzione media dei dipendenti privati nel 2024, pari a 24.486 euro lordi l’anno, la pensione contributiva stimata a 64 anni sarebbe di circa 893 euro al mese con 25 anni di contributi, 1.100 euro con 30 anni e 1.546 euro con 40 anni.
Tutti e tre i valori restano sotto la soglia di 1.638,72 euro. E secondo le simulazioni, con 25 o 30 anni di contribuzione non basterebbe trasformare in rendita nemmeno l’intero TFR: solo con 40 anni una quota consistente della liquidazione permetterebbe di superare l’asticella.
La media, poi, nasconde una differenza che pesa: 27.967 euro per gli uomini, 19.833 per le donne. Le carriere discontinue, i part-time e le interruzioni per lavoro di cura sono proprio quelle che più avrebbero bisogno di flessibilità, e sono le prime a restare fuori.
C’è infine una data da tenere presente: dal 2030 la soglia sale a 3,2 volte l’assegno sociale. Chi oggi ha cinquant’anni e guarda ai 64 dovrà misurarsi con quel valore, non con quello di adesso.
La parte che non viene raccontata: per alcuni questa porta è già aperta
Ed è qui che la notizia cambia forma. La proposta di cui si discute, nella sostanza, esiste già nel nostro ordinamento dal 1996: si chiama computo nella Gestione Separata, previsto dall’articolo 3 del D.M. 282/1996.
Funziona esattamente con lo stesso meccanismo: accentra i contributi di tutte le gestioni nella Gestione Separata, la pensione viene ricalcolata interamente con il sistema contributivo e in cambio si apre l’uscita a 64 anni, con la stessa soglia di 1.638,72 euro. Il ricalcolo, la rinuncia al retributivo, la soglia: identici alla proposta. La differenza è chi può usarlo.
| Computo in Gestione Separata (oggi) | Proposta per il sistema misto (ipotesi) | |
|---|---|---|
| Chi può | Chi ha meno di 18 anni di contributi al 31/12/1995, almeno 15 anni complessivi di cui 5 dal 1996, e almeno un mese in Gestione Separata | Tutti i lavoratori del sistema misto |
| Contributi richiesti | 20 anni effettivi | 25 anni |
| Calcolo | Interamente contributivo | Interamente contributivo |
| Soglia | 3 volte l’assegno sociale | 3 volte l’assegno sociale |
| Se non arrivi alla soglia | Niente da fare: si aspettano i 67 anni | Si potrebbe usare il TFR in rendita |
| Quando | Già in vigore | Da scrivere, forse in manovra 2027 |
Quel “almeno un mese in Gestione Separata” è la chiave, e riguarda più persone di quanto si pensi: chi ha avuto una collaborazione coordinata, un incarico occasionale sopra i 5.000 euro, un contratto a progetto, un compenso da amministratore, una borsa di ricerca. Sono spezzoni che quasi nessuno associa alla pensione, e che invece possono valere tre anni di uscita anticipata.
La domanda giusta da farsi oggi
Prima di aspettare una riforma che potrebbe non arrivare, o arrivare diversa, vale la pena verificare due cose sul proprio estratto conto: c’è almeno un mese in Gestione Separata? E al 31 dicembre 1995 avevo meno di 18 anni di contributi?
Se la risposta a entrambe è sì, la strada dei 64 anni potrebbe essere già percorribile, con lo stesso identico prezzo che la proposta chiede a tutti. E se in Gestione Separata non c’è nulla, in alcune situazioni quel contributo può essere costruito. È un ragionamento da fare con un professionista, non da soli.
Il TFR come rendita: cosa significa davvero
La novità politica della proposta è l’uso del TFR per raggiungere la soglia. L’idea è che chi resta sotto l’asticella possa trasformare in rendita una parte della liquidazione accantonata, colmando la differenza e uscendo comunque a 64 anni.
Formalmente il TFR non viene perso: torna al lavoratore sotto forma di pagamenti mensili. Ma tre conseguenze vanno messe in conto.
- Sparisce il capitale. Quei soldi non sono più disponibili per estinguere un mutuo, aiutare un figlio o affrontare una spesa imprevista. Il TFR è salario differito: qui viene usato per finanziare l’anticipo pensionistico.
- Nel primo profilo il colpo è doppio. Prima il ricalcolo abbassa la pensione pubblica di quasi 183 euro, poi servono circa 24.360 euro di liquidazione per recuperare i 95 euro mensili che mancano alla soglia. L’assegno pubblico resta comunque quello ridotto.
- Le regole non ci sono. Con quale coefficiente il capitale diventa rendita, come viene tassata, cosa succede in caso di morte: tutto ancora da definire. Sono esattamente i dettagli che decidono se l’operazione conviene.
A chi converrebbe, e a chi no
Al netto delle incognite, un criterio di massima si può già indicare. La chiave sta in una differenza che sfugge quasi sempre: il calcolo retributivo si basa sulla media delle ultime retribuzioni, quello contributivo su tutto ciò che hai versato. Per questo non conta solo quanti anni hai prima del 1996, ma come è andata la retribuzione nel tempo.
| Situazione | Valutazione |
|---|---|
| Pochi anni prima del 1996 e pensione già sopra la soglia | È il profilo per cui l’operazione ha più senso: il ricalcolo morde poco e i tre anni si guadagnano davvero |
| Carriera in crescita, retribuzioni più alte negli ultimi anni | È il caso peggiore: il retributivo valorizza proprio le ultime retribuzioni, il ricalcolo le azzera e la perdita per tutta la vita può superare il valore dei tre anni anticipati |
| Retribuzioni alte a inizio carriera, poi ferme o in calo | Qui il ricalcolo morde poco e in certi casi il contributivo risulta perfino più favorevole: nel retributivo quegli anni buoni contano poco, nel contributivo diventano montante |
| Retribuzioni medio-basse o carriera discontinua | Con ogni probabilità la soglia non si raggiunge, nemmeno con il TFR: la porta resta chiusa a prescindere |
| Lavoro usurante, salute precaria, azienda in crisi | Prima di questa strada vanno verificate le uscite già esistenti: APE sociale, precoci, usuranti, invalidità |
Un elemento che le simulazioni non misurano, e che invece pesa nella decisione: chi esce a 64 anni incassa tre anni di assegni in più; chi resta al lavoro continua a versare contributi e arriva alla pensione con un montante più alto e un coefficiente di trasformazione migliore. Il punto di pareggio tra le due strade esiste, ma è personale: dipende dalla singola posizione contributiva e non si può stabilire con una media.
Cosa fare adesso
- Non prendere decisioni sulla base di una proposta. Non c’è un testo, non c’è una data, e negli ultimi due anni abbiamo visto misure introdotte e abrogate nel giro di dodici mesi.
- Leggi l’estratto conto. Quanti anni hai al 31 dicembre 1995, quanti dopo, e c’è qualcosa in Gestione Separata? Sono le tre informazioni che decidono tutto. Come si legge riga per riga.
- Verifica se il computo è già una tua opzione. Se lo è, puoi ragionare sui 64 anni oggi, con dati certi invece che con ipotesi di giornale.
- Fatti fare i due conti affiancati: pensione a 64 anni ricalcolata e pensione a 67 con il calcolo misto, considerando anche i tre anni di assegni anticipati. È l’unico modo per sapere se ci guadagni.
- Guarda le altre strade prima di questa. Precoci, usuranti, APE sociale e invalidità non chiedono di rinunciare al calcolo retributivo. Se hai i requisiti per una di quelle, quasi sempre conviene di più.
Domande frequenti
Da quando si potrebbe usare la pensione a 64 anni per il sistema misto?
Al momento da mai: è una proposta politica in vista della legge di bilancio 2027, non una norma. Se dovesse entrare in manovra, l’iter parlamentare si concluderebbe a fine anno e le regole operative arriverebbero dopo, con i decreti attuativi e le circolari INPS.
Il ricalcolo contributivo taglia sempre del 10,6%?
No. Il 10,6% è la riduzione prudenziale usata nelle simulazioni della CGIL su una carriera con nove anni ante 1996 e 31 successivi. Sulla tua posizione il taglio può essere sensibilmente più basso o più alto: dipende da quanti anni hai nel retributivo e da quanto guadagnavi allora.
Se ho un mese in Gestione Separata posso già uscire a 64 anni?
Può darsi, e vale la pena verificarlo. Servono anche meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, almeno 15 anni complessivi di cui 5 dal 1996, 20 anni di contribuzione effettiva e un assegno pari ad almeno tre volte l’assegno sociale. Il computo va poi chiesto espressamente nella domanda di pensione: qui la guida completa.
Che differenza c’è con l’opzione al contributivo?
L’opzione al contributivo cambia solo il metodo di calcolo e non apre l’uscita a 64 anni: chi opta resta legato ai requisiti ordinari, 67 anni o l’anticipata con 42 anni e 10 mesi. È il computo, non l’opzione, a dare accesso ai 64.
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Questo articolo ha finalità divulgative e informative ed è aggiornato alla data di pubblicazione: normativa e prassi possono cambiare anche in modo rilevante.
Il contenuto non costituisce un parere professionale né una consulenza personalizzata, e non può sostituire l'esame della singola posizione, che presenta sempre elementi specifici capaci di modificare requisiti, tempi e importi.
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